Roma, 15/04/2024 Notizie e approfondimenti sui temi dell’Energia in Italia, in Europa e nel mondo.

Decarbonizzare? Credito in laguna, no greenwashing

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Uno spaccato sui crediti CO2, in questa intervista a Mauro Doimi, biologo marino, CEO D&D Consulting

Tanto CO2 che sprofonda nelle valli da pesca

Lavoriamo in laguna Veneta, in quella di Comacchio, insomma sono circa una trentina le valli da pesca su cui interveniamo. Lo stesso si potrebbe fare sulla laguna di Lesina, Orbetello, insomma sugli innumerevoli fondali che catturano CO2”. Mauro Doimi, ricercatore e biologo marino, con la sua società D&D Consulting fa il cacciatore di CO2. Veneto che più non si può, Doimi è nel settore da parecchi anni. “Lo sa – mi chiede – che lo stato di carbonio legato, come le sabbie mobili, ogni anno va sotto di 30cm?”. No che non lo so. “Ecco: parliamo di luoghi d’interfaccia mare/terra molto importanti, in Italia come in tutto il globo terraqueo. Sono queste aree che assorbono di più carbonio”.

Afferriamo CO2 solo sul 20% del globo. E il restante 80%?

Quando si parla di assorbimenti di carbonio – precisa Doimi – normalmente si pensa alla funzione degli alberi, dunque allo stato terrestre. Il globo, però, è composto per l’80% da acqua. Ergo, è estremamente riduttivo pensare solo agli alberi. Significa gettar via la maggior parte della torta ogni giorno. Invece, su quell’80% si gioca proprio il clima della Terra, dagli oceani agli ambienti di confine tra mare e terra”. Si può intervenire addirittura sugli oceani? “Sugli oceani svolgono ricerche egregie sia la Nasa che altre grandi aziende Usa. Sulle lagune, in giro per il mondo, aziende come la mia, in possesso di tecnologie idonee, svolgono lo stesso lavoro: verificare la stima precisa di quanto CO2 venga assorbito”.

La composizione di tanti serbatoi di assorbimento

Cosa intrappola il CO2? “Sono stati identificati – risponde Doimi – tutti i serbatoi di assorbimento: le alghe, il fango stesso della laguna che, anno dopo anno, s’immerge sempre più nei fondali, piante particolari come le tamerici, creature che vivono in ambienti salmastri e assorbono molto carbonio, o come le mangrovie nelle zone tropicali. A tutto questo, sommi anche gli alberi, visto che solitamente queste lagune hanno intorno la loro parte di terra, composta anche da vegetazione”.  Dunque, l’assorbimento di CO2 è… “È la somma totale dei valori dei diversi serbatoi (vegetazione, alberi, fondali), così da certificare la quantità di anidride carbonica catturata in un anno dall’area. Questa è la nostra attività”.

Il Protocollo di Kyoto ha aperto la strada

Ok: una volta ottenuti questi valori, cosa si fa? “Si traducono questi valori in crediti di carbonio”. Ovvero? “Dal Protocollo di Kyoto in poi – spiega Doimi – è stata sviluppata una serie di metodiche che stabiliscono che chi inquina favorisca economicamente chi disinquina. Per far questo, il sistema di trasferimento di denaro tra chi inquina a chi disinquina, cioè a chi può utilizzare quel capitale per condurre il proprio lavoro di compensazione permettendo di catturare CO2, si realizza proprio attraverso i crediti di carbonio”.

La Borsa della decarbonizzazione

Quindi il credito di carbonio si tramuta in azione finanziaria? “Esatto, e un credito di carbonio corrisponde ad una tonnellata di CO2 assorbito”. La misura, spiega Doimi, è normata a livello internazionale. “Una volta che la mia valle da pesca o il mio ambiente lagunare assorbe tot tonnellate di CO2 – continua – posso calcolare quanti crediti di carbonio sono autorizzato a mettere sul mercato”.  E chi li compra? “Tutte le aziende che, per il normale svolgimento della propria attività, emettono anidride carbonica: A bene vedere, la maggior parte, dal costruttore di automobili al manifatturiero. Si costruisce così un processo business to business”.

Un processo che decarbonizza indirettamente

Quindi la vostra azione non è disinquinante? “Esatto – precisa Doimi – lo diviene indirettamente. Siamo attori di un sistema che permette ad un’azienda che inquina di pagare, e quindi favorire, lo sviluppo di chi svolge attività disinquinanti, nel nostro caso sviluppando attività positive nelle lagune”. Può spiegare meglio? “Se noi gestiamo le lagune queste assorbono carbonio. Se le abbandoniamo, circondate dalle attività antropiche rilasciano carbonio”. E quindi? “Sono previsti tanti interventi, dall’alimentare il circuito delle acque alla tutela degli argini. La laguna è come il corpo umano, che necessita della circolazione sanguigna per essere sano. Dentro la laguna deve circolare acqua. Questo significa scavare canali, tenerli puliti e fluidi, controllarne la profondità idonea, monitorare gli argini e intervenire laddove vi siano crolli, mantenere la biodiversità. Senza questo lavoro l’acqua diventa stagnante, putrida, ed emette carbonio”.

Intervenire laddove il Pubblico non lo fa

Tutte queste opere chi le dovrebbe svolgere? “Non certo lo Stato o gli enti preposti – afferma Doimi – causa costi rilevanti. Tuttavia, esistono privati che prendono aree in concessione e v’investono. Sinora, questa attività è spesso finalizzata all’allevamento di pesce. Da qui, la nostra proposta”. Quale proposta? “Fiancheggiare gli allevamenti anche con processi di assorbimento di CO2. Una parte del nuovo introito così andrebbe nelle tasche dei privati, ma una parte (prevista per legge) andrebbe investita nelle attività di riequilibrio ambientale della laguna. Tutto questo significa anche nuovi posti di lavoro: nel mondo ci sono casi illuminanti, dai mangrovieti della Thailandia alle barriere coralline dell’Australia”.

Il nodo della validazione e verifica del credito di carbonio

Chi stabilisce però che i crediti di carbonio rilasciati siano da considerare validi? “Questi sono verificati e validati da un ente terzo certificatore (ad esempio Rina, Bureau Veritas, etc.), che interviene nell’attività di generazione e vendita dei crediti. Solo dopo quella certificazione, io posso vendere i crediti alle aziende che lo richiedano”.

Un mercato, due tipologie, lo Stato, i privati

Il mercato – avverte Doimi – si basa su due tipologie; una di tipo volontario, cioè l’azienda che acquista i crediti lo fa di propria iniziativa; la seconda obbligatoria, e riguarda aziende che sono obbligate per legge all’acquisto dei crediti di carbonio”. Può fare un esempio? “Per quello che si chiama mercato obbligatorio dei crediti, il passaggio è il seguente: lo Stato membro della Ue (nel nostro caso l’Italia) impone alla grande acciaieria l’acquisto di un tot di crediti di carbonio per neutralizzare le emissioni che rilascia durante l’anno. Qui è lo Stato a svolgere il trading, indicando il valore dei crediti obbligatori”.

Un credito = una tonnellata CO2

Qual è il valore di scambio? “È mutevole – risponde Doimi – per ora poco più poco meno di € 80 a tonnellata, quindi a credito”. Invece, per il mercato non obbligatorio, e quindi volontario? “Qui il valore non è determinato dallo Stato, è empirico, e generalmente si calcola dalla media tra il valore imposto dallo Stato e zero, che è il valore nullo. Possiamo dire circa € 40 a credito: poi, dipende dalla trattativa tra chi vende e chi acquista”.

L’ETS e l’EUA, campo da gioco e coordinate del mercato obbligatorio

Le imprese sottoposte all’obbligo di acquisto dei crediti CO2 si muovono sul mercato obbligatorio che si chiama ETS (Emissions Trading System). EUA (European Union Allowances) è invece la denominazione dei crediti. “Nell’elenco ETS – ricorda Doimi – c’è chi produce energia, ci sono le acciaierie, ci sono le cartiere, ci sono insomma tutti i grandi produttori che, per la propria attività, emettono molto carbonio. Il mercato è internazionale, anche se io consiglio di partire dal mercato ‘vicin casa’ o, se vuole, a km 0: chi acquista può raggiungere l’area che ha emesso i crediti, e constatare come siano impiegati i propri soldi”.

I grandi gruppi e l’escamotage per tagliare i costi

I grandi gruppi industriali, quindi, offrono potenzialità di importanti introiti per chi svolge la sua attività. “Se vogliamo accendere i riflettori sui grandi produttori di carbonio – afferma Doimi – scatta un meccanismo un po’ furbetto”. Furbetto? “Beh, definiamolo così. Vede, il credito di carbonio ha un valore commerciale perché verificato e validato da un ente terzo. Le grandi aziende devono comprarne tanti, il che le impegna in esborsi non da poco. Così, utilizzano un sistema che personalmente tento di contrastare, e per il quale servirebbe un intervento che lo disinneschi”. Cioè? “C’è chi va a comprare crediti di carbonio in Africa, o in ambienti estremamente rurali, dove la verifica del lavoro di assorbimento di carbonio è quasi nullo e non verificabile: in quel caso, il valore del credito di carbonio piomba a 30 centesimi di euro a tonnellata”. Bella roba: chiamarla greenwashing mi sembra un eufemismo. “Beh… il produttore di crediti di queste aree è contento perché comunque quel valore gli assicura un introito, ed è contenta anche la grande azienda per il risparmio di cui gode sull’obbligo degli acquisti dei crediti. Le operazioni di greenwashing sono solite per imprese di grande portata: quando l’attività che sottende lo scambio denaro/credito di carbonio non è verificata, lì c’è greenwashing. Ineluttabile”.

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