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Arabia Saudita, riserve minerarie strategiche rivalutate a 2,5 trilioni di dollari

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Secondo quanto dichiarato da Bandar Alkhorayef, ministro saudita dell’Industria e delle Risorse minerarie, intervenendo al Future Minerals Forum in corso proprio nella capitale saudita, c’è stata una rivalutazione delle riserve minerarie nazionali, grazie alle nuove scoperte di sedimenti minerari molto ricchi di terre rare, ma anche di fosfato, oro, zinco e rame.

Dal petrolio alle risorse minerarie, ecco la ricchezza del sottosuolo saudita

Il petrolio non manca all’Arabia Saudita, ma in funzione di un’economia che si va sempre più diversificando, anche in chiave di decarbonizzazione e di obiettivi ambientali e climatici da raggiungere entro la metà del secolo, Riyad ha comunicato la rivalutazione delle sue riserve minerarie, comprese terre rare e minerali critici.

Secondo quanto dichiarato da Bandar Alkhorayef, ministro saudita dell’Industria e delle Risorse minerarie, intervenendo al Future Minerals Forum in corso proprio nella capitale saudita (fino al prossimo 12 gennaio), l’Arabia Saudita può contare su un settore che è stato rivalutato da 1.300 miliardi di dollari agli attuali 2.500 miliardi di dollari.

Il dato è stato ricalcolato in base a nuove scoperte di sedimenti minerari molto ricchi di terre rare, ma anche di fosfato, oro, zinco e rame.

Già nel 2022, il regno saudita aveva dichiarato di voler attrarre nel mining investimenti globali per oltre 170 miliardi di dollari entro il 2030, proprio per andare incontro alla domanda globale di risorse del sottosuolo così fondamentali per la transizione energetica ed ambientale.

Un’ulteriore tesoro nascosto nel sottosuolo dell’Arabia Saudita, che già si stima potrà ancora contare su 260miliardi di barili di petrolio ancora da estrarre nei prossimi decenni (almeno fino al 2065).

Servono più investimenti e nuovi progetti estrattivi

D’altronde, da questo punto di vista, il timore di una carenza di offerta di questi minerali così preziosi per l’industria odierna e futura, tra cui litio, nichel, grafite, cobalto e rame, solo per citarne alcuni, potrebbe rendere il loro prezzo piuttosto variabile, contribuendo ad un possibile rallentamento della transizione energetica in tal senso.

Per incentivare l’estrazione e quindi garantire gli approvvigionamenti necessari al mercato, c’è bisogno di maggiori investimenti e un numero di progetti più alto.

Secondo stime ETC, servirebbero 70 miliardi di dollari l’anno di investimenti in questo settore fino al 2030, contro gli attuali 45 miliardi di dollari.

Una transizione energetica in corso che pone seri rischi, sociali e ambientali

Rimane però il problema ambientale, dell’inquinamento legato all’estrazione mineraria, al deturpamento dei paesaggi e alle ricadute sanitarie su chi è direttamente (e spesso indirettamente) coinvolto nel lavoro di miniera.

La prima criticità è legata allo stesso processo di estrazione di questi minerali, che richiede molta energia, molta acqua e una significativa produzione di rifiuti.

In secondo luogo, i siti estrattivi diventano spesso luoghi fortemente inquinati, con conseguenze sull’ambiente e sulla salute delle persone e degli animali che abitano e vivono in prossimità delle miniere (oltre agli stessi minatori).

Una serie di problematiche di natura ambientale e normativa che vanno a colpire proprio dall’interno la strategia per la transizione ecologica e digitale delle principali economie globali. Una trasformazione possibile, ma da governare e regolare con grande attenzione.

Giornalista

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