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Idrogeno verde: i rischi connessi al marchio UE “rinnovabile”

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Secondo le previsioni degli organi comunitari, l’idrogeno verde entro il 2050 dovrebbe coprire circa un quinto della fornitura di energia elettrica mondiale, contribuendo direttamente alla decarbonizzazione dell’ industria. Tuttavia, il marchio europeo “rinnovabile” applicato all’idrogeno rischia di non essere completamente attendibile. 

Decarbonizzare l’industria con l’Idrogeno verde

Che l’idrogeno verde possa avere un ruolo determinante nel raggiungimento degli obiettivi di neutralità climatica fissati per il 2050 dal Green Deal è un’opinione che riscuote crescente consenso. Tutti concordano sul fatto che gli usi prioritari dell’idrogeno siano la decarbonizzazione dell’industria, del trasporto marittimo e dell’aviazione, motivo per cui le infrastrutture per l’idrogeno dovrebbero ancorarsi senza rimpianti alla domanda industriale.

I governi europei prevedono la realizzazione di infrastrutture per la produzione di idrogeno “rinnovabile” con circa 10 miliardi di euro all’anno, e i vari stakeholders basano le proprie strategie sulla futura disponibilità di idrogeno rinnovabile per produrre acciaio o prodotti chimici a emissioni zero.

L’etichetta “rinnovabile”

Secondo le previsioni, l’idrogeno green, ossia quello libero dai combustibili fossili, entro il 2050 dovrebbe sostenere un quinto dell’elettrificazione globale.

La Commissione Europea ha precisato che a lungo andare solo l’Idrogeno prodotto con l’elettrolisi sia sostenibile. Tuttavia, il marchio europeo “rinnovabile” applicato all’idrogeno rischia di non essere attendibile. 

Matthias Buck, direttore di Agora Energiewende un noto think tank tedesco sulle questioni climatiche, pone l’attenzione su un tema poco dibattuto, ma con il quale si dovrà fare i conti nel breve periodo.

La Direttiva UE sulle Energie Rinnovabili obbliga, infatti, la Commissione Europea ad etichettare l’idrogeno “rinnovabile” mediante un “Atto Delegato”. Dopo diversi rinvii, l’adozione di questo documento è imminente. 

Secondo Buck, la Commissione potrebbe cedere alle pressioni dell’industria dell’idrogeno e consentire quindi che quest’ultimo venga etichettato e commercializzato come “rinnovabile”, anche qualora la sua produzione non fosse completamente carbon free.

Il problema sarebbe legato alla richiesta dell’industria dell’idrogeno di avere solo una correlazione mensile tra la generazione di elettricità rinnovabile e la produzione di idrogeno tramite elettrolisi. 

Quattro principi per una corretta definizione di idrogeno rinnovabile

Il report 12 Insight on Hydrogen redatto dal think tank Agora, descrive alcune delle principali misure di salvaguardia volte a garantire che l’idrogeno prodotto tramite elettrolisi sia in linea con il Green Deal. Almeno fino a quando il sistema energetico europeo non sarà in gran parte decarbonizzato.

  1. In primo luogo, i produttori dovrebbero essere obbligati a sfruttare quantità stabilite di energia rinnovabile mediante contratti di acquisto di energia.
  1. In secondo luogo, dovrebbero essere tenuti ad applicare una correlazione oraria, con un minimo aumento dei costi del 4%. Anziché funzionare 24 ore su 24, 7 giorni su 7, gli elettrolizzatori funzionerebbero durante le ore in cui gli impianti fotovoltaici, eolici e solari immettono elettricità rinnovabile nella rete. Tale requisito garantirebbe un adeguato equilibrio tra l’integrità ambientale dell’economia dell’idrogeno rinnovabile in Europa e gli interessi commerciali dei produttori di idrogeno. 
  1. In terzo luogo, per tutti gli elettrolizzatori costruiti dopo il 1° gennaio 2027, i gestori dovrebbero dimostrare la capacità di generazione di energia rinnovabile aggiuntiva.
  1. In quarto luogo, i sussidi governativi dovrebbero essere concessi solo alla produzione di idrogeno che soddisfi la definizione UE di idrogeno “rinnovabile”. Nel caso in cui i produttori non si comportassero come promesso, i governi dovrebbero essere in grado di recuperare i sussidi ricevuti.

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