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Direttiva sull’efficienza energetica degli edifici: A che punto siamo?

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Con gli obiettivi lanciati dal Green Deal e la crisi energetica in atto, sembrava quasi scontato che tutti i Paesi Ue potessero essere a favore dell’ultimo testo inerente la direttiva EPBD (efficientamento energetico degli edifici). Eppure non sono mancati gli intoppi.

Gli obiettivi lanciati dal Green Deal europeo e le divergenze tra gli Stati

Il Green Deal europeo è il frutto di obiettivi ben precisi: combattere il cambiamento climatico, diminuire le emissioni di gas serra di almeno il 55% entro il 2030, fino ad eliminarle al 2050 per raggiungere la neutralità, e migliorare non solo la salute dell’ambiente ma anche quella dei cittadini e delle generazioni future. 

Con lo scoppio della guerra in Ucraina e la riduzione delle forniture russe, migliorare l’efficienza degli edifici è diventata una priorità, anche per ridurre le bollette e risparmiare sui consumi. 

Su questo, gli Stati membri sembrano essere d’accordo tutti tra di loro. Ciò che ha causato divergenze è stato invece l’approccio e le azioni che ciascuno vuole mettere in atto per soddisfare tali obiettivi. 

Da un lato dunque, c’è un ampio consenso per aumentare le ambizioni in materia di efficienza energetica; dall’altro però, quando si parla di una direttiva e dunque di una legge, le differenze nazionali entrano in gioco e creano intoppi e difficoltà nel procedere. 

A che punto siamo

Martedì 14 marzo, il Parlamento europeo (PE) ha approvato il mandato negoziale sulla proposta di revisione in merito alla direttiva Case Green, con 343 voti favorevoli, 216 contrari e 78 astensioni. 

Il risultato è stato che, per i deputati, tutti i nuovi edifici dovranno essere a emissioni zero a partire dal 2028. Per quelli già occupati o di proprietà delle autorità pubbliche, la scadenza è stata fissata al 2026. Inoltre, tutti i nuovi immobili, ove possibile, dovranno dotarsi di tecnologie solari entro 5 anni; mentre per quelli sottoposti a ristrutturazioni importanti, la data limite è il 2032.

Secondo la posizione del PE, gli edifici residenziali dovranno raggiungere, come minimo, la classe di prestazione energetica E entro il 2030, e D entro il 2033. Per quelli pubblici, l’ottenimento delle stesse dovrà avvenire rispettivamente entro il 2027 (E) e il 2030 (D).

Per prendere in considerazione le differenti situazioni di partenza in cui si trovano i parchi immobiliari nazionali, nella classificazione di efficienza energetica, che va dalla lettera A alla G, l’ultima classe dovrà corrispondere al 15% degli edifici con le prestazioni energetiche peggiori in ogni Stato membro. 

Ad ogni modo, i Paesi Ue dovranno stabilire le misure necessarie per soddisfare questi obiettivi, secondo i rispettivi piani nazionali di ristrutturazione. 

Gli Stati membri contrari continueranno ad opporsi? 

Diversi Stati membri si sono opposti all’approvazione in Plenarie del Parlamento Ue, tra cui Polonia e Italia, con il centro-destra che ha dichiarato che farà di tutto per cambiare il provvedimento. 

“Con il testo attuale, potremmo prevederne la sostanziale inapplicabilità”, ha avvertito il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin dopo il voto del PE, affermando che ciò potrebbe far fallire il più ampio obiettivo verde dell’Europa.

È probabile dunque che sia solo una questione di tempo prima che i Paesi contrari ribadiscano nuovamente le loro richieste, quando la direttiva entrerà nei negoziati finali tra il Parlamento e gli Stati membri nei prossimi mesi.

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