Roma, 17/07/2024 Notizie e approfondimenti sui temi dell’Energia in Italia, in Europa e nel mondo.

Ecco come si legano ambiente, tecnologia e guerra

11Tecnologie per la decarbonizzaione
Home > Policy > Policy Mondo > Ecco come si legano ambiente, tecnologia e guerra

Il filo conduttore delle sfide che riguardano Stati Uniti e Cina – e a seguire il resto del mondo – è l’energia; lo è in quanto base imprescindibile della produzione, oltre che del benessere; a seconda della sua qualità incide sull’impatto ambientale delle attività umane e influenza attività disumane come la guerra.

Dopo cinque anni, Joe Biden e Xi Jinping si incontrano di nuovo di persona, a margine del G20 di Bali. Il loro incontro è uno degli aspetti più importanti – se non il più importante – del consesso internazionale. Se da un lato i riflettori li ha avuti, ancora una volta, la situazione Ucraina, che vede protagonista la Russia, dall’altro non si è potuta trascurare la dimensione della competizione USA-Cina. Entrambi i leader hanno riconosciuto la persistenza delle tensioni tra i due paesi: il fronte più caldo è quello taiwanese, con l’isola di Formosa contesa tra le due potenze, senza che ancora si riesca a trovare un punto di incontro. Per ora, Biden esclude la possibilità di un intervento militare cinese, ma l’attenzione resta alta. Al destino dell’isola si legano tutti i temi più importanti del nostro tempo.

Guerra commerciale Usa-Cina

Taiwan inevitabilmente incide sulla competizione economica, in quanto sede di TSMC, una delle imprese chiave nella filiera dei semiconduttori. Gli Usa hanno avviato, con Trump, quella che è stata definita guerra commerciale, imponendo dazi e sanzioni al Dragone, in particolare sui chip, fondamentali per lo sviluppo tecnologico cinese. Biden, vincitore delle presidenziali 2020, non ha rinnegato l’atteggiamento timoroso del suo predecessore verso Pechino. Il 2021 si era chiuso con Usa e Ue che annunciavano investimenti per aumentare la produzione di semiconduttori domestica, nella cornice della cosiddetta crisi dei chip. Ma a fine 2022 una maggiore autonomia produttiva è ancora lontana e Taiwan resta centrale.

Rendendo l’Asia la fabbrica del mondo, gli Stati Uniti hanno potuto concentrarsi sulla parte di produzione più intellettuale (software, design, progettazione, ecc.), pagando un prezzo in termini di industrializzazione. Questo processo (in uno slogan: designed in Usa, made in China), che ha caratterizzato la globalizzazione americana, ha favorito l’ascesa cinese: producendo e assemblando ciò che veniva progettato in America, i cinesi hanno letteralmente potuto rubare con gli occhi la tecnologia statunitense, per poi emularla con le loro imprese, come la famigerata Huawei.

La competizione economica si registra ovviamente anche in termini statistici: tra il 2018 e il 2020, la Cina ha effettuato il sorpasso degli Usa in termini di rapporti commerciali col resto del mondo, divenendo il primo partner commerciale di mezzo globo (più che letteralmente). Va aggiunto che le entrate derivanti dal surplus commerciale sono state investite da Pechino nei titoli di Stato americani, rendendo la situazione ancora più intrecciata: tutta un’altra storia rispetto ai tempi dei due blocchi.

Si potrebbe pensare, di fronte a questi dati economici, che la Cina tenga in pugno gli Stati Uniti. Tuttavia, se da un punto di vista strettamente economico Pechino ha ridotto le distanze con Washington, da un punto di vista militare la strada è ancora lunga – e non particolarmente agevole, tenuto conto del fatto che il settore tecnologico è centrale in ambito militare. Gli Usa hanno un predominio dei mari quasi assoluto e i loro militari sono presenti in tutti gli angoli del mondo, sicuramente in Europa, una zona di influenza che gli americani vogliono tenere stretta, o comunque evitare che finisca nelle mani sbagliate.

Transizione ecologica e digitale

Tra le varie declinazioni di questa competizione c’è poi la questione climatica, rimasta in sospeso e rimandata al prossimo incontro tra i due leader. È infatti nei dati il peso che hanno Cina e Stati Uniti nell’emissione di CO2, tema al centro delle agende politiche dei paesi europei, i quali però pesano molto meno. Senza un accordo che comprenda anche la Cina (tiratasi indietro dai colloqui con gli Usa dopo la visita di Nancy Pelosi a Taiwan), qualsiasi sforzo unilaterale di tutti gli altri sarebbe vano [https://www.youtube.com/watch?v=20MZQfa7f00 min. 2:34:00]. Tuttavia viene evidenziato come, al di là della questione ambientale, la transizione ecologica rappresenti un volano dell’indipendenza energetica (e dunque politica).

L’argomento dell’indipendenza, però, cozza con i dati riguardanti il controllo della produzione delle risorse alla base della produzione di batterie, pannelli fotovoltaici, e via dicendo (litio, silicio, cobalto, terre rare, ecc.). Sono infatti i cinesi ad avere il controllo degli appalti in Africa (ricca di giacimenti), o una disponibilità all’interno dei propri confini di queste risorse. Questa ricchezza rende loro semplice (paradossalmente, vista l’etichetta di avanguardia della deturpazione) essere leader nella produzione di energia rinnovabile [https://www.youtube.com/watch?v=20MZQfa7f00 min. 3:12:00].

Esistono margini di produzione in territorio occidentale. Ma, senza inoltrarsi nell’analisi dei costi e limitandosi alle quantità, viene qualche dubbio che si possa fare a meno della fornitura cinese per soddisfare la domanda occidentale. Se non altro perché in prospettiva, vista la posizione netta rispetto alla transizione ecologica, la domanda aumenterà. Si è fatta sempre più nitida la volontà di elettrificare quasi integralmente la nostra esistenza. Non a caso si parla di transizione ecologica e digitale: in comune, queste due transizioni, hanno la spinta all’aumento del fabbisogno di energia elettrica [https://www.facebook.com/watch/live/?ref=watch_permalink&v=1475007356327360 min. 7:22].

Russia-Ucraina: gas, sanzioni e inflazione

Il discorso si collega inevitabilmente con la dimensione bellica affermatasi nel 2022. Purtroppo per l’Italia, schierarsi contro la Russia ha significato avversare il proprio maggiore fornitore energetico (circa il 40% del gas importato). Il mix energetico italiano [https://ec.europa.eu/eurostat/documents/3217494/11099022/KS-HB-20-001-EN-N.pdf/bf891880-1e3e-b4ba-0061-19810ebf2c64?t=1594715608000 p. 302], tra gli altri, è uno di quelli che vede il gas in primo piano. Fino ad oggi, quasi la metà dell’energia elettrica in Italia è stata prodotta utilizzando il gas [https://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/file/repository/commissioni/bicamerali/copasir18/Relazione_Copasir_sicurezza_energetica_BOZZA.pdf pp. 19-20-21]. La produzione nazionale ed europea di gas, complice la convenienza dell’importazione di gas russo (vicinanza, basso prezzo e infrastrutture “comode”), si è progressivamente ridotta: paradossale, visto che la domanda di gas europea, contestualmente, è andata aumentando[https://www.facebook.com/watch/live/?ref=watch_permalink&v=1475007356327360 min. 1:31:40].

L’inizio dei problemi di inflazione, checché se ne dica, c’entra solo in parte con la guerra. I disagi europei, per certi versi, cominciano già alle porte del nuovo millennio, quando si scelse di liberalizzare (o privatizzare che dir si voglia) il mercato del gas, al fine di creare un mercato europeo (Decreto Bersani, n. 79, 16/3/99). In concreto, si è passati da un mercato a lungo termine e poco volatile a uno a breve termine e molto volatile, la cui manifestazione è il tanto discusso TTF, ossia la borsa del gas di Amsterdam. Il prezzo di questa scelta, tuttavia, si è iniziato a pagarlo solo di recente, complici gli scombussolamenti sia dal lato della domanda, che dell’offerta [https://www.youtube.com/watch?v=20MZQfa7f00 min. 1:57:46].

Tra questi c’è il calo delle esportazioni russe nell’aprile 2021, ben prima dell’invasione in Ucraina, dopo la quale la scelta di ridurre l’arrivo di gas russo, prima che dal Cremlino, è stata fatta propria dalla stessa Ue. L’effetto annuncio ha ulteriormente aggravato la situazione. Le aspettative in un mercato sono centrali e già la manifestata intenzione di ridurre la dipendenza dai fossili era stata incorporata. Piani come il Fit for 55 (inserito nella cornice del Green New Deal europeo e del Next Gen Eu, cui è legato il Recovery fund), che già erano ambiziosi, sono stati complicati (o resi ancora più costosi, se si preferisce) dall’aumento dei prezzi sviluppatosi tra il ’21 e il ’22.

Questa situazione sta ponendo il tema della tempistica rispetto alla transizione (che dovrebbe essere graduale per definizione), nonché di competitività e di tenuta del tessuto economico, già martoriato dalla pandemia. Si è cercato e si sta cercando di tamponare la situazione ricorrendo, tra gli altri, al gas liquefatto americano. Gli Usa sono ben contenti di vedere separata l’energia russa dall’industria europea, in particolare tedesca. Nella cornice della globalizzazione, la Germania, con i suoi surplus commerciali (secondi solo a quelli cinesi), ha iniziato a dare fastidio anche al di là dell’Atlantico: non solo in termini di volume, anche di qualità. Oggi, con i prezzi energetici maggiormente competitivi, gli americani sembrano sul punto di recuperare il terreno industriale perso. Ma ritornando al gas: la produzione del GNL Usa, oltre che essere costosa, non è sufficiente per coprire il fabbisogno europeo. La transizione da gas a gas non avvicina l’invocato mondo Green e peggiora la situazione esistente.

Energia è innovazione

Il filo conduttore delle sfide che riguardano Stati Uniti e Cina – e a seguire il resto del mondo – è l’energia; lo è in quanto base imprescindibile della produzione, oltre che del benessere; a seconda della sua qualità incide sull’impatto ambientale delle attività umane e influenza attività disumane come la guerra. Infine, occuparsi di energia significa sempre più occuparsi di tecnologia: realtà come Eni assumono le sembianze di – e si definiscono  come – tech company [https://www.youtube.com/watch?v=20MZQfa7f00 min. 2:55:00].

La parola chiave che unisce tutte le facce dell’energia è innovazione: l’elaborazione di modi sempre più efficienti di fare. Per fare passi avanti verso la risoluzione dei problemi che affliggono il nostro tempo, è centrale continuare a investire in ricerca e sviluppo. La competizione tra potenze come Usa e Cina, se si mantiene a distanza dall’ambito militare, può stimolare il raggiungimento di traguardi importanti. In ogni caso, è sempre in primis tramite una forma di competizione che si determina un vincitore. E in alcuni casi non serve neanche combattere.

Tra i progetti più futuristici – per quanto per gli addetti ai lavori non troppo lontano – c’è quello che in gergo viene definito sole terrestre, ossia l’utilizzo della fusione nucleare come fonte energetica. Traguardi come quello assomigliano molto al raggiungimento di una forma di energia pulita, efficiente e capace di rendere indipendenti. E arrivarci prima degli altri sarebbe un po’ come ritrovarsi nella condizione di novelli Hober Mallow di asimoviana memoria, col segreto di una fonte di energia unica nel suo genere, da cui gli altri potrebbero dipendere. Ma a quel punto forse si potrà (ri)affrontare il tema della condivisione della conoscenza di interesse pubblico e parlare di collaborazione – più che di competizione. Ma questa è un’altra storia. In mezzo ai giganti, l’Italia non sarà la Fondazione, ma ha le sue carte da giocare, nonostante l’ambiente circostante sia caotico.

Articoli correlati