Donald Trump e Ursula von der Leyen firmano un’intesa da 750 miliardi di dollari in petrolio e gas. Un piano irrealizzabile che minaccia la transizione verde.
Il Green Deal europeo vacilla sotto il peso del petrolio USA.
Il presidente Donald Trump e Ursula von der Leyen hanno firmato un’intesa da 750 miliardi di dollari in energia fossile. Un impegno irrealistico — e per l’Europa anche sconsiderato — che rischia di sabotare la transizione verde e compromettere la credibilità del progetto climatico europeo.
Altro che accordo commerciale: è una rivincita geopolitica
Più che una sfida sui dazi, quella siglata in Scozia tra Trump e von der Leyen appare come una rivincita sul fallito accordo commerciale con la Cina del 2019, ma anche come una mina vagante sotto l’intero impianto della transizione energetica globale.
Energia fossile in cambio di dazi più leggeri
Non è il dazio del 15% su tutte le esportazioni europee verso gli Stati Uniti a fare più rumore, ma l’impegno — ben più pesante — dell’UE ad acquistare energia americana per 250 miliardi di dollari l’anno per tre anni. In piena epoca di decarbonizzazione, l’Europa si lega le mani con 750 miliardi di dollari in combustibili fossili, tra petrolio greggio e gas naturale liquefatto (GNL).
Un controsenso che grida forte.
Una promessa impossibile
Chi conosce i numeri lo sa: è un obiettivo tecnicamente irraggiungibile. L’UE non ha né il fabbisogno né le infrastrutture per acquistare volumi di energia così alti. E anche se le avesse, gli Stati Uniti non sarebbero in grado di fornirli.
Ma il problema non è solo europeo: se l’intesa venisse davvero rispettata, i flussi energetici globali verrebbero stravolti. Prezzi, rotte commerciali, scorte: tutto il sistema finirebbe nel caos. L’accordo rischia di provocare una tempesta perfetta sul piano energetico e geopolitico.
Non è neppure la prima volta che Trump rincorre cifre miracolose: nel 2019, l’“accordo Fase 1” con la Cina prevedeva 200 miliardi di dollari in acquisti energetici. Pechino non si è mai avvicinata a quell’obiettivo, nemmeno tornando ai volumi pre-guerra commerciale.
I numeri non tornano
Guardando ai dati del 2024, la sproporzione è evidente:
- Petrolio: 3,38 miliardi di barili importati dall’UE, ma solo 573 milioni dagli USA (40,1 miliardi $)
- GNL: 82,68 milioni di tonnellate totali, di cui 35,13 milioni dagli USA (21,78 miliardi $)
- Carbone metallurgico USA: 2,67 miliardi $
Totale: 64,55 miliardi di dollari.
Per arrivare a 250 miliardi, l’UE dovrebbe triplicare i volumi e destinare agli USA l’85% della sua spesa fossile.
Nemmeno gli USA ce la fanno
Secondo dati Reuters, anche gli Stati Uniti non sono in grado di soddisfare la domanda promessa. Nel 2024, hanno esportato:
- 1,45 miliardi di barili di petrolio (101,5 miliardi $)
- 87 milioni di tonnellate di GNL (54 miliardi $)
- 51 milioni di tonnellate di carbone metallurgico (10,3 miliardi $)
Totale: 165,8 miliardi di dollari.
Anche se l’UE comprasse tutta l’energia esportata dagli USA, mancherebbero all’appello oltre 80 miliardi l’anno.
Un’illusione condivisa?
Alcune fonti sostengono che nel computo rientrerebbero anche carburanti raffinati e combustibile nucleare. Ma anche considerando:
- 110 milioni di barili di diesel e altri raffinati (10,9 miliardi $ nel 2024)
…il divario resta enorme. Non basta neppure a coprire la metà del fabbisogno dichiarato nell’accordo.
Una strategia del rinvio?
Difficile pensare che le istituzioni europee non fossero consapevoli dell’inattendibilità di questi numeri. L’ipotesi più probabile è che si tratti di una mossa tattica per prendere tempo, in attesa di un possibile cambio alla Casa Bianca nel 2028 — proprio come fece la Cina dal 2019 in poi: negoziare, firmare, ma non rispettare.
Nel frattempo, però, l’UE rischia di compromettere non solo la transizione energetica ma anche la propria credibilità politica e strategica sul piano globale.
Il Green Deal europeo, sbandierato come pilastro della nuova Europa, rischia di finire sepolto sotto un mare di greggio texano.







